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Climate Change

Climaticamente: perché comunicare è il primo passo per il cambiamento

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La crescente sensibilità verso i temi della sostenibilità e della tutela dell’ambiente ha consolidato l’importanza di comunicare e informare le persone in modo puntuale e approfondito al fine di comprendere pienamente il ruolo che può e deve avere l’uomo nella salvaguardia del nostro Pianeta. In questo contesto, i social network, e il mondo digitale in generale, rappresentano il “luogo” principale nel quale veicolare quel messaggio che dovrebbe essere condiviso e accolto da tutti: il cambiamento passa inevitabilmente attraverso scelte quotidiane del singolo e della collettività. Per questo diventa fondamentale, soprattutto per le nuove generazioni, poter attingere a informazioni complete che evidenzino con forza la situazione attuale che viviamo e gli scenari presenti e futuri che dovremo affrontare. Per comprendere al meglio l’importanza della comunicazione in senso green, abbiamo intervistato i ragazzi di Climaticamente, un gruppo di persone che ha messo in campo la sua competenza per portare alla luce ogni giorno dati e notizie relative all’ambiente e alle problematiche legate al climate change e che di recente ha stretto una collaborazione con Ener2Crowd, la prima piattaforma di energy crowdfunding in Italia. Due mondi, quello della comunicazione e della finanza, con una visione comune e stessi obiettivi. Ecco cosa ci hanno detto.

Come è nata l’idea di creare Climaticamente?

Climaticamente è nato concettualmente a Maggio 2019 – per vedere la sua reale concretizzazione ad Agosto 2019 – da un’idea di Pierfilippo Pierucci, durante i lavori di traduzione italiana del paper accademico di Jem Bendell “Adattamento Profondo, una mappa per affrontare la crisi climatica”. Se già leggendo contenuto del paper ci si può rendere conto dell’urgenza e della pericolosità della crisi climatica che stiamo vivendo, tradurre in prima persona i dati, i modelli e le tesi riportate rende l’esperienza ancora più traumatica e segnante. In poco tempo la semplice esigenza di tradurre le informazioni contenute all’interno di questo elaborato per renderle disponibili anche al pubblico italiano non bastava più e lasciava spazio al desiderio di rendere queste nozioni ancor più accessibili e comprensibili attraverso canali di maggior portata come i social network. E così, dopo tre mesi di scarabocchi, pensieri, ripensamenti e idee per rappresentare al meglio un progetto che incarnasse totalmente un’ideale di corretta informazione, verifica delle fonti, competenza e autorevolezza, ho scovato il nome di “Climaticamente” – concetto che esprime il “ragionare in linea con i bisogni della Terra e del clima terrestre” – e ne è stata lanciata la community Facebook e quindi Instagram.

Da marzo 2020, poi, complice il lockdown imposto dal Covid-19, il progetto si è strutturato ulteriormente inserendo in organico altre 7 persone. Al momento il team di Climaticamente è composto da Pierfilippo Pierucci, Matteo Calugi, Paolo Esposito, Mirko Meloni, Paola Rossetti, Gaia Simonetti, Klotilda Toshkallari e Edoardo Valseraldi.

Quali sono gli obiettivi che state raggiungendo e quelli che volete raggiungere?

Abbiamo molti obiettivi e siamo ambiziosi, seppur accompagnati da una massiccia dose di buonsenso e calma. Climaticamente è nato e si è recentemente sviluppato per aiutare a comprendere meglio il concetto di “cambiamenti climatici” con tutte le loro implicazioni e vogliamo riuscirci perseguendo chiari e inconfondibili valori, come una verifica delle fonti viscerale (attraverso il cosiddetto processo di triple fact-checking), qualità prima di quantità, profonda etica e deep adaptation – o decrescita felice. Ci sentiremo veramente realizzati solo una volta che saremo riusciti a creare consapevolezza intorno al tema della crisi climatica odierna, che ci saremo imposti come una fonte autorevole di informazione profondamente etica e diventare un punto di riferimento nel panorama divulgativo italiano.

Cosa vi aspettate dalla collaborazione con E2C?

Prima della mail di contatto di Giorgio (Mottironi, fondatore di E2C, ndr), sinceramente, nessuno di noi conosceva Ener2Crowd, ma una volta visitato il sito web abbiamo subito colto l’opportunità che ci si era rappresentata davanti. Una piattaforma di crowdfunding che investe in progetti etici e che aspirano ad alimentare una green economy… Bingo!

Siamo consapevoli e convinti che un cambiamento positivo e in linea con i bisogni della Terra e del clima terrestre possa verificarsi solo a partire da un investimento etico e soggettivo sui valori che veicolano. Ener2Crowd sta ambendo a ciò ed è per noi una ragione più che sufficiente per convogliare le forze in questo obiettivo comune. Ci aspettiamo dunque di riuscire a raggiungere questo traguardo insieme.

La sensibilità verso i temi della sostenibilità e della Green Economy si è consolidata molto negli ultimi anni. Qual è l’ostacolo più grande che avete incontrato nel vostro lavoro?

Consolidata, sì, ma come eco di sottofondo. Leggendo il paper di Jem Bendell ci siamo tutti resi conto di quanto poco ne sapevamo sul tema dei cambiamenti climatici, nonostante alcuni di noi partissero dall’idea di essere già piuttosto sensibilizzati sul tema. E non stiamo di certo parlando di un testo destinato ad un pubblico alto con un registro linguistico scientifico, tutt’altro, è un problema di immaturità quello che abbiamo riscontrato – anche in noi – e che quotidianamente vediamo nel nostro normale operato. È come se ci fosse una visione troppo semplicistica del fenomeno dei cambiamenti climatici, che meriterebbe invece tutt’altro tipo di attenzione: in Italia, semplicemente, non siamo preparati ad affrontare i cambiamenti climatici… ed è strano a dirsi pensando che siamo tra i Paesi più sensibilizzati sul tema al Mondo.

Cosa manca, se manca, per giungere a una completa consapevolezza dell’importanza di una economia sostenibile?

Ci sono due frasi che potrebbero riassumere bene la risposta a questa domanda. La prima è attribuita a Hugo Chavez e dice: “se il clima fosse una banca, i paesi ricchi l’avrebbero già salvato”; la seconda è attribuita a Guy McPherson e dice: “se pensate davvero che il mondo sia meno importante dell’economia, provate a trattenere il respiro mentre contate i vostri soldi”.

Manca la capacità di dare peso al problema, la sensibilizzazione sulle dinamiche dei cambiamenti climatici e anche una massiccia dose di consapevolezza delle possibili conseguenze – preannunciate da tutta la comunità scientifica globale – di questa crisi.

Se poteste indicare soluzioni ai Governi, quale sarebbe la prima cosa che consigliereste nel tema della sostenibilità?

È una domanda difficile, è una partita che si deve giocare sul breve, sul medio e sul lungo termine. Servono pertanto investimenti nell’educazione, nella comunicazione e nella transizione energetica e mentale: lo scopo di queste attività è creare passaparola intorno al tema, inculcando nella mente delle persone nuove buzzword come “carbon budget”, “acidificazione degli oceani”, “climate apartheid”, “rifugiato climatico”, “2°C”, “adattamento profondo”, “decrescita felice”, e tante altre ancora.

Al tempo stesso e in parallelo, è fondamentale agire per attuare una transizione energetica ed economica green. Nel dettaglio, ci vengono in mente alcuni punti come l’abbandono dei combustibili fossili, il bando della maggior parte dei voli nazionali e/o entro un certo range di km, il bando dei materiali più inquinanti e chimici, incentivi per una transizione green aziendale, l’introduzione di tasse sulle emissioni, … pratiche che potrebbero sì indebolire l’economia sul breve periodo, ma fondamentali per salvaguardare le future generazioni. Dobbiamo ragionare in ottica di adattamento profondo e decrescita felice, non c’è soluzione.

Anche le multinazionali hanno abbracciato la via della sostenibilità. Secondo voi è una direzione intrapresa per fini meramente economici o c’è davvero una nuova visione da parte di coloro che, diciamolo, sono stati i protagonisti in negativo dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento?

La recente dichiarazione di Biden di voler investire 2 trilioni di dollari in 4 anni nel favorire l’introduzione di un Green New Deal in America è la perfetta cartina di tornasole di come il mondo – e l’elettorato – stia velocemente dando sempre più importanza al tema dei cambiamenti climatici. La risposta alla domanda, tuttavia, è: dipende.

Molte aziende non sono ancora in grado di capire a fondo il tema e agiscono soprattutto in ottica di greenwashing sfruttando alcune tra le principali buzzword del momento cercando di incrementare – spesso unethically – i propri bilanci, altre, effettivamente, mosse da ideali etici e morali, hanno iniziato a operare in ottica transitoria cercando di implementare policy e strategie di conversione della propria filiera.

Crediamo tuttavia che siamo ancora molto lontani dall’ideale di giustizia climatica. Metodologie come il WCM o policy green dovrebbero essere la normalità, e invece siamo ancora a trovare cavilli burocratici per poter rispolverare i vecchi piattini di plastca al prossimo aperitivo aziendale.

Nell’ottica della transizione energetica, all’interno delle Università sono nati molti corsi con indirizzi specifici verso la green economy. Secondo voi il mondo del lavoro italiano sarà in grado di assorbire queste nuove figure professionali?

Potenzialmente sì, dipenderà dalle figure che emergeranno. In questo momento possiamo parlare di una sorta di green disruption in vista per le aziende di qualsiasi dimensione, una eco della più famosa digital disruption, ma che definisce l’esigenza – ormai sempre più necessità – in crescita da parte dell’azienda e dell’imprenditore di far diventare la propria azienda etica e in linea con i bisogni della Terra e del clima terrestre: le abitudini dei consumatori stanno cambiando enormemente e con esse la domanda sta aggiungendo sempre più requisiti green nel perseguimento dei suoi desideri, spesso – e sempre più – anche sacrificando qualche privilegio passato, sull’onda di una “decrescita felice” accettata. Serviranno tanti professionisti proprio in questo frangente, nel tentativo di fare da spola tra le esigenze primitive dell’imprenditore e una domanda di mercato sempre più green- esigente. L’ottimizzazione energetica, le soluzioni innovative, tutto ciò che riguarda l’obiettivo zero carbon emission sarà al centro di una lotta all’ultima competenza.

Tolti coloro per i quali la sostenibilità rappresenta un pericolo per i loro business “tradizionali”, come mai secondo voi c’è ancora molta gente “comune” contraria a questa nuova visione dell’economia?

Crediamo che le proporzioni stiano andando sempre più verso approcci green che “tradizionali”. Jem Bendell ne parla molto bene nel suo paper, è una questione di sistemi di negazione, ovvero tanti piccoli ragionamenti e motivi che le persone sono di natura portate a pensare per non uscire dalla propria zona di comfort e rimanere conservatori. Anche qua, tuttavia, con una giusta opera di comunicazione e sensibilizzazione crediamo che il problema se non risolvo verrebbe largamente debellato.

Nella green economy c’è stata grande partecipazione da parte di figure note dello spettacolo a livello mondiale. Secondo voi questo nuovo interesse dimostrato da quest’ultimi è spinto dalla “moda del momento” o da una reale empatia nei confronti di questi argomenti?

Anche qui dipende. Secondo noi entrando nella sfera del personal brand, come quello di numerosi personaggi pubblici, se fuori dalla politica si tratta più spesso di empatie green sincere, se invece dentro la traccia politica spesso – si sa – è tutta una questione di elettorato e di riuscire a mangiare la fetta di torta più grande. Ormai quella green è diventata una purpose imprescindibile in numerosi ambienti e di conseguenza tanti personaggi celebri si stanno incanalando su questo tema.

Comunque la si veda è importante la genuinità e la veridicità intorno alla sensibilizzazione portata all’attenzione da queste figure note, per affrontare con la giusta dovizia di particolari i cambiamenti climatici e la relativa crisi al fine di portare un messaggio fondamentali all’attenzione della propria community. È importante che ciò avvenga, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” e questa è la sfida più importante del XXI secolo.

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