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Climate Change

Il trend allarmante degli attivisti morti per l’ambiente

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Il numero degli attivisti morti per l’ambiente continua a salire. La loro colpa? Difendere il territorio e le popolazioni indigene dalla speculazioni e dalla spregiudicatezza dell’uomo.

Morire per l’ambiente. Sembrerebbe il titolo di un film catastrofico ma purtroppo è realtà. La salvaguardia del pianeta e la difesa dell’ambiente e dei diversi ecosistemi è una battaglia che non si combatte solo con  manifestazioni e moti giovanili. Infatti, se da una parte è importante evidenziare il ruolo che la grande partecipazione a eventi mondiali per la tutela del nostro pianeta ha avuto nell’aprire gli occhi ai grandi gruppi industriali e ai governi delle nazioni, dall’altra c’è chi, silenziosamente, ogni giorno combatte sul territorio per far valere quei diritti, in zone in cui alzare la voce e fare muro contro le attività sconsiderate dell’uomo può davvero mettere a repentaglio la propria vita.

E più cresce la sensibilità verso l’ambiente e più, tragicamente, aumentano le morti di persone che si sono impegnate in questo campo. 

Confrontando, infatti, i dati del 2018 con quelli del 2019 vediamo un trend in allarmante crescita per quel che riguarda gli attivisti morti per l’ambiente. Come sottolineato dal report “Enemies of the State” della ong Global Witness nel 2018 sarebbero almeno 164 le vittime collegate alla difesa degli ecosistemi, senza contare coloro che sono stati messi a tacere con violenza, intimidazioni e applicazioni di leggi antiprotesta in modo sconsiderato. Dopo il 2017 che aveva visto oltre 200 vittime anche il 2018 si è confermato un anno davvero difficile per chi tenta di cambiare le cose in tema di ecologia.

attivisti morti per l'ambiente

Il paese che ha visto il maggior numero di attivisti morti per l’ambiente sono state le Filippine con 30 decessi di persone che si sono rifiutate di utilizzare la propria terra per la coltivazione intensiva di banane destinate al mercato globale. Gli altri paesi più colpiti da questa ondata di violenza sono stati l’India, Colombia e Brasile mentre, sempre nel 2018, in Guatemala sono stati segnalati innumerevoli espropri e sfratti nelle zone abitate da popolazioni indigene per ingenti investimenti privati e stranieri relativi allo sfruttamento del territorio in tutte le sue forme.

In questo senso, le attività più coinvolte in questa mattanza sono quelle del settore minerario con 43 ambientalisti uccisi, l’agroalimentare intensivo con 21 omicidi e infine l’idrico con 17 attivisti morti per l’ambiente. Da queste evidenze viene fuori un dato tragicamente preoccupante: ogni settimana nel 2018 tre persone hanno perso la vita per aver difeso il proprio territorio da progetti minerari, forestali o agroindustriali.

La situazione peggiora andando ad approfondire i dati del 2019. Secondo il report della ong Front Line Defenders, coloro che si sono battuti perdendo la vita per i propri diritti sono stati 304 in 31 paesi del mondo, di cui il 40% (la fetta più rilevante) direttamente connessi alla protezione dell’ambiente e delle popolazioni indigene. Le zone più interessate sono quelle dell’America Latina, dove la criminalità e lo collusione dei governanti svolgono un ruolo centrale per quel che riguarda loschi affari e trattamenti spregiudicati delle risorse del territorio. In particolare la Colombia si assesta al primo posto con 106 uccisioni. La tragica classifica vede poi  le Filippine, con 43 morti, seguite da Honduras (31), Brasile (23) e Messico (23), di cui il 13% del totale è costituito da donne.

Allargando il periodo di analisi la situazione si fa ancora più drammatica: secondo l’Università del Queensland nel segmento 2002-2017 gli attivisti morti per l’ambiente sono stati 1558, uccisi prevalentemente da esercito e forze dell’ordine. Ciò che accomuna questi decessi è l’opposizione a determinate politiche attuate sul territorio per lo sfruttamento, la deforestazione per allevamenti e coltivazioni intensive e, come dicevamo in precedenza, per lo sfruttamento dei giacimenti minerari.

Molti sono i nomi di coloro che hanno combattuto fino alla fine per l’ambiente. Santiago Maldonado, difensore della comunità indigena Mapuche in Argentina, che opponendosi alla costruzione di infrastrutture che avrebbero deturpato il territorio e all’esproprio delle terre di proprietà di questa popolazione, è stato ritrovato morto in un fiume nel 2017 dopo che durante una manifestazione le forze dell’ordine spinsero con un fitto lancio di proiettili di gomma i partecipanti verso il corso d’acqua. Nel 2016 l’attivista honduregna Berta Caceres, nota per aver fermato la costruzione di una diga, dopo aver subito minacce per anni, è stato uccisa da colpi di pistola mentre era in casa, organizzando un incontro con altre 80 persone su tematiche ambientali del territorio. Doveva essere sotto scorta, ma il giorno della sua uccisione, nessuno delle forze dell’ordine era nei pressi della sua casa.

Sempre in America Latina, nella zona centrale del continente, ricordiamo Samir Flores Soberanes, delegato del Consiglio Nazionale Indigeno e membro del Fronte dei popoli in Difesa della terra e dell’acqua del Morelos, Puebla e Tlaxcala (Fpdta), trovato morto nella sua abitazione nel 2019 quando un gruppo di sicari lo ha raggiunto sull’uscio della porta sparandogli alla tempia. La sua colpa: quella di essersi opposto alla costruzione di un imponente gasdotto mettendo a serio rischio le riserve idriche delle popolazioni indigene. Stessa sorte per Roberto Antonio Argueta che in Honduras si batteva per fermare la costruzione di un diga sul fiume Guapinol.

Ma la conta degli attivisti morti per l’ambiente non sembra esaurirsi neanche in questi primi mesi del 2020. Emblematici i tre casi avvenuti rispettivamente in Costa Rica (2) e Messico. A febbraio, nel ridente stato centroamericano, che negli ultimi anni si è contraddistinto per la sua svolta green a livello governativo, sono stati uccisi due ambientalisti divenuti famosi per la loro lotta per la salvaguardia dell’ambiente: Yehry Rivera, strenuo difensore dei popoli indigeni e delle foreste, ucciso da un commando locale a colpi di machete, bastoni e pietre e Mainor Ortiz Delgado, freddato due settimane prima.

In Messico, invece, lo scorso aprile Adán Vez Lira, attivista ambientale che nella zona de La Mancha si opponeva allo sfruttamento minerario e incentivava il turismo sostenibile. Ucciso a Veracruz con 9 colpi di pistola, per aver cercato di proteggere la biodiversità, la sopravvivenza delle comunità contadine e impedire che le multinazionali potessero appropriarsi di quei territori e sfruttare in modo spregiudicato le grandi risorse minerarie del territorio per ragioni economiche.

La lista degli attivisti morti per l’ambiente, purtroppo, cresce ogni giorno. Dalla nostra prospettiva, di abitanti di paesi sviluppati, dove i progetti sostenibili stanno prendendo il posto dei business tradizionali, sembrano vittime silenziose che presto saranno dimenticate. Sta a noi fare in modo che il loro sacrificio faccia rumore e risvegli le coscienze di chi mette sempre gli interessi personali e il dio denaro sopra ogni cosa, sempre disposti a calpestare ed eliminare (in tutti i sensi) chiunque si opponga al loro progetto senza scrupoli.

 

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