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Green Economy

L’azienda più sostenibile al mondo: l’esempio di Ørsted

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Il  Global 100 index di Corporate Knights nel 2020 ha incoronato come azienda più sostenibile al mondo la danese Ørsted, esempio perfetto di transizione energetica. 

Quando parliamo di sostenibilità ambientale nelle aziende ci riferiamo a tutte quelle attività e processi che una società mette in piedi per avere un impatto sempre minore sul pianeta, con particolare attenzione verso la transizione energetica, la vera sfida che il comparto industriale deve affrontare per poter abbracciare definitivamente quel cambiamento di visione ormai inevitabile.

Nel mondo sempre più aziende stanno convertendo la loro produzione verso la sostenibilità. Tra queste non possiamo non menzionare la danese Ørsted che nel giro di pochi anni ha completamente cambiato il modo di produrre energia guadagnandosi lo scettro di azienda più sostenibile al mondo.

Fondata nel 1972 nella parte sud-est della penisola danese dello Jutland, in principio si chiamava DONG Energy dove l’acronimo indicava Danish Oil and Natural Gas, e chiariva fin da subito l’intento della società: l’estrazione di petrolio e gas naturale con particolare riferimento alla zona del Mare del Nord. 

Nel 2017 avviene il cambio di denominazione in Ørsted prendendo in prestito il nome di Hans Christian Ørsted, il fisico danese padre dell’elettromagnetismo. Un cambiamento che si è riflettuto anche nelle strategie aziendali che hanno visto l’abbandono delle energie fossili verso una totale riconversione alle rinnovabili con particolare interesse nell’eolico offshore.

azienda più sostenibile al mondo

Il nuovo nome ha creato anche dei problemi legali con i discendenti dello scienziato che non volevano vedere il loro illustre antenato accostato a una azienda accusata di rebranding solo per motivi di “greenwashing”, in poche parole il voler ripulirsi l’immagine senza realmente adoperarsi verso la sostenibilità. La causa è stata persa e il nome quindi mantenuto, anche alla luce degli sforzi della società e dei reali intenti della stessa.

In 12 anni, infatti, quella che era una delle più grandi società estrattive d’Europa, detenuta per il 50,1% del pacchetto azionario dal Governo danese, si è trasformata in un leader di mercato per quel che riguarda le rinnovabili. A certificare la sua transizione energetica, il riconoscimento ricevuto a gennaio da parte del Carbon Disclosure Project che le ha assegnato un ranking “A” ponendola tra le aziende più virtuose per quel che riguarda l’impatto aziendale. Inoltre, il Global 100 Index di Corporate Knights ha eletto i danesi come la “più sostenibile al mondo”, un traguardo incredibile se si pensa che nel 2018 era al 70esimo posto e nel 2019 al quarto, divenendo la prima società di utility energetica a raggiungere questo traguardo.

Ma la corsa di Ørsted  non si ferma qui: è stato annunciato, infatti, l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2025 attraverso il potenziamento del comparto eolico e la conversione degli impianti a carbone in biomassa. Inoltre, i danesi hanno in mente un piano ancora più ambizioso, quello di rendere l’intera filiera a impatto zero entro il 2040, il che significa intervenire non solo a livello di emissione della generazione e distribuzione di energia ma anche nella supply chain dei suoi fornitori. In questo senso, l’intento è quello di rendere sostenibili a livello ambientale anche le aziende che producono le turbine per le fattorie eoliche, le centrali i cavi e tutti quei componenti, come i cavi, che oggi sono in rame e acciaio, e le navi che trasportano tutto il necessario verso i loro parchi eolici offshore.

“Sarà difficile raggiungere un’impronta carbon neutral entro il 2040”, ha dichiarato il Ceo Henrik Poulsen, “e richiederà una significativa innovazione in tutte le parti della nostra catena di approvvigionamento. Le tecnologie esistono ma non sono ancora competitive in termini di costo”. Per arrivare all’obiettivo finale, nel frattempo, Ørsted intende dimezzare le emissioni della filiera entro il 2032.

Il problema posto dall’amministrato delegato dell’azienda più sostenibile al mondo evidenzia un fattore poco considerato nel settore rinnovabili: anche costruire e attivare gli impianti definiti green può inquinare e per questo è necessario stimolare e incentivare la sostenibilità con i partner esterni per velocizzare la trasformazione verde e fare un grande passo verso la transizione energetica: nel caso specifico la società danese collabora con 22 mila fornitori che in alcuni casi rappresentano il 50% dei suoi costi totali. Per questo verranno richiesti criteri più stringenti in termini di emissioni di CO2 nelle gare d’appalto.

L’attività di Ørsted riassume in modo chiaro l’intento dell’intera Danimarca che da player leader delle centrali a carbone fino a 10 anni fa, ha avviato una serie di azioni decise per la chiusura degli impianti e l’attenzione verso il rispetto dell’ambiente attraverso tecnologie che possano ridurre l’impatto inquinante. Un esempio chiaro è quello del termovalorizzatore di Copenhill, nei pressi della capitale Copenhagen, nel quale ogni anno si bruciano 440 mila tonnellate di rifiuti, dal quale fuoriesce solo vapore acqueo e sul quale, soprattutto, è possibile cimentarsi in vari sport come lo sci, l’arrampicata e l’hiking. Una evidenza che andrebbe studiata anche in Italia dove il termovalorizzatore è visto come un mostro a tre teste.

Ma lo stimolo maggiore verso la transizione energetica viene direttamente dal fattore della profittabilità che ora più che mai ha messo in evidenza come il mercato delle energie fossili non garantisca più la sicurezza del passato, vedasi anche l’attuale situazione petrolifera, e che affidarsi ancora al carbone e non adoperarsi verso la decarbonizzazione possa creare seri problemi ai modelli di business delle aziende che rischieranno di trovarsi fortemente sotto pressione se non cambiano strategia e non abbracciano progetti sostenibili

Il passo è ormai segnato, e non seguire l’azienda più sostenibile del mondo può essere un errore che molti pagheranno a caro prezzo.

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